LA FILANDA

Dopo la I Guerra Mondiale a Maniago, in fondo a Via Colvera, sorse un grande stabilimento per la produzione della seta: la Filanda.

Nel comasco e poi in tutto il Veneto, venivano allevati i bachi da seta.

Erano insetti che uscivano da piccole uova che si tenevano in clima tiepido.

Appena nati già prendevano il nome di bachi da seta.

I bachi erano posti su lettiere e nutriti con foglie di gelso.

Crescevano in breve tempo e bisognava tenerli puliti e cibarli con foglie ben asciutte.

Dopo le “quattro dormite”, che duravano circa 28 giorni, il baco cominciava ad alzare il capino e a girare la testolina.

Questo fatto suggeriva al contadino che il cavaliere era pronto per filare.

Allora si preparavano dei nuovi graticci con i gambi delle spighe e si spargevano sopra i bachi.

I primi giorni si vedeva la loro ombra all’interno e poi più nulla.

Il bozzolo diventava solido ed era pronto per essere portato alla Filanda.

La raccolta dei bozzoli era una giornata gioiosa per i bambini, perché sapevano che al ritorno del contadino con il gruzzolo di denaro ricevuto, si acquistavano ciliegie per tutti.

Finita la raccolta dei bozzoli, il capo della Filanda, faceva iniziare il lavoro alle “filandere”.

Dopo le fasi di lavorazione in Filanda, tutti i fusi erano mandati al setificio, alla tintoria e quindi alle fabbriche per la produzione delle stoffe di seta.

La Filanda di Maniago era considerata, ai suoi tempi, una delle più grandi fabbriche del maniaghese.

Vi si lavorava il baco da seta.

All’epoca era una grande risorsa, perché dava lavoro a più di un centinaio di donne.

Una caratteristica della filanda era il camino che la gente chiamava “il camin della filanda” e il famoso suono del fischio che segnava l’orario d’inizio e fine lavoro. Era talmente forte, che si sentiva per tutto il paese, persino in montagna. La gente se ne serviva come orologio.

La Filanda era suddivisa in due stanzoni, uno al piano superiore e uno al piano terra. Al piano terra c’era un grande caldaia a vapore che veniva alimentata dal carbone e che aveva il compito di tenere sempre costante la temperatura dell’acqua calda. Quest’acqua era spinta poi attraverso delle pompe al piano superiore dove si trovavano le vasche per il lavaggio del bozzolo di seta.

Il piano superiore, lungo circa 30 metri, era diviso da due grandi banconi. Su uno di questi c’erano le macchine per la filatura della seta da una parte e, dall’altra, le vasche del lavaggio. In quest’ultima le donne, vestite con un grembiule blu e una mascherina sulla bocca, lavavano i bozzoli di seta in acqua molto calda e, non appena eliminato il baco dal suo interno, il bozzolo veniva attaccato per una estremità alla macchina della filatura che ne lavorava il filo.

La seta veniva ammucchiata in matasse e poi inscatolata per essere spedita alle grandi industrie tessili.

(Lorenzon Silvano)

In Filanda non c’erano uomini, c’era solo il Direttore.

Le donne lavoravano in Filanda per cercare un’indipendenza economica, anche se lavoravano tanto e guadagnavano poco.

La maggior parte di loro abitava lontano e doveva andare a casa con gli zoccoli o le dalmine, con il caldo e con il freddo e non avevano mai ferie.

In Filanda le donne andavano a lavorare molto giovani, anche a 12 anni.

Chi ha lavorato lì, sostiene che era “il calvario delle femmine”.

Nella Filanda c’era tutta una nebbia, il vapore si condensava sul soffitto e tutto il giorno gocciolava sopra le donne che lavoravano, così erano tutte bagnate.

Chi sbagliava a fare il proprio lavoro, pagava una multa che era detratta dalla paga.

In tempo di guerra ci fu anche uno sciopero per far aumentare lo stipendio.

(Teresina)

In Filanda lavoravano le “filandere”, cioè le donne addette alla lavorazione dei bozzoli dei bachi da seta.

Le filandere dovevano immergere i bozzoli nell’acqua bollente e trovare il capo del filo, metterlo in rocchetti e filarlo in matasse che erano suddivise a seconda della grossezza del filato.

La difficoltà consisteva nel mantenere lo stesso spessore.

I bozzoli che arrivavano in Filanda erano cotti al vapore, avevano un odore molto acre.

Le filandere lavoravano da lunedì a sabato, dalle 7.30 alle 12.00 e dalle 13.30 alle 18.00. Stavano tutte queste ore con le mani nell’acqua bollente. Le mani si spellavano e poi si piagavano.

Le filandere erano tutte ragazzine di 11, 12 anni.

Lo stipendio era di 11 franchi al giorno prima della guerra, solo 7 dopo la guerra.

(Itala)

Si iniziava a lavorare in Filanda quando si era giovanissime: 12, 13 anni.

Per le “scovoline” il  lavoro era molto duro. Stavano in piedi tutto il giorno spostandosi continuamente fra quattro o cinque caldiere di acqua bollente, dove erano immersi i bozzoli. Il compito delle scovoline era quello di trovare il capo del lungo filo che costituiva ogni bozzolo, per cui le loro mani erano sempre piagate a causa delle scottature. Per disinfettare le vesciche che si rompevano, talora le ragazze usavano la pipì, poiché l’ammoniaca contenuta in essa era spesso l’unico medicamento a disposizione.

Il ruolo delle “mistre”, invece, era il più ambito e importante. Loro lavoravano sedute e dovevano avvolgere il filo di seta in matasse. La difficoltà principale consisteva nel mantenere sempre lo stesso spessore.

Le “ingropine” dovevano con pazienza e meticolosità annodare fra loro i fili di seta che si rompevano.

C’erano anche le “diretore” che avevano il compito di coordinare e controllare il lavoro di tutte le filandere; se qualcuna di loro non svolgeva bene il suo lavoro doveva pagare la multa e spesso veniva messa in castigo al centro dello stanzone.

Il ruolo più ingrato era quello delle “bigatiere” che al piano inferiore della Filanda dovevano estrarre il velo da ciò che restava del bozzolo già filato. Questo lavoro era svolto stando curve su grandi vasche d’acqua corrente presa direttamente dalla roggia che scorre dietro la Filanda.

(Graziella)

Avevamo dei calderoni grandi, dentro si gettavano le “galete”. Si tirava su il filo delle galete e poi lo facevamo scorrere sulle macchine per fare le matasse e dovevamo stare attente che non si rompesse.

C’erano tre categorie di lavoratrici in Filanda: la scopina, la gruppina e l’addetta al controllo delle matasse.

Le filandere avevano le mani bianche e segnate dal lavoro dell’acqua. Iniziavano a lavorare al mattino presto, quando sentivano il fischio e finivano il pomeriggio tardi.

Alla mattina per far presto e per camminare veloci si toglievano gli zoccoli.

A quel tempo non c’erano macchine e pochissime biciclette.

Alle volte le filandere erano anche penalizzate con le multe se arrivavano tardi alla Filanda.

(Nelda)

Il lavoro delle donne

 

Il rifornimento d’acqua alla fontana era un lavoro che veniva svolto dalle donne. Spesso anche le bambine aiutavano le mamme e le nonne.

 

 

 

 

Per prendere l’acqua ci si serviva di secchi in rame che erano appesi ad un bastone di legno leggermente incurvato: il “buinc”.

Le donne che si recavano alla fontana erano vestite con gonne lunghe che nascondevano i piedi.

Sul fondo della gonna c’era una “scovolina” (specie di spazzolina). Avevano ganci alla cintura per attaccare le chiavi e tasche interne.

Portavano un gilè a piegoline con sotto una camicetta stretta sui polsi e con il collo allacciato, oppure una maglia di lana.

Sulla testa portavano un fazzoletto. Era di seta per le giornate di festa e di cotone bianco per andare sui campi ogni giorno. Le vedove portavano il fazzoletto nero.

 

Ai piedi portavano calze di lana fatte a mano.

Calzavano o le DALMINE, zoccoli di legno, o le STAFETI.

Le Stafetis avevano la suola fatta di tanti pezzi di stracci di cotone messi uno sopra l’altro. Gli stracci venivano imbastiti, poi veniva tagliata la sagoma e venivano impunturati con il filo di canapa. La suola così diventava molto dura. Era poi annodata lungo il bordo e cucita sulla tomaia in velluto nero. Infine si mettevano un bordo di lana e della gomma di camion per non scivolare in montagna.

Le donne preparavano le stafetis mentre andavano in montagna e, per non perdere il ditale, questo era bucato da due parti e infilato nel filo fermato sul lavoro.

(Testimoniananza Minin Maria)