MULINI E LATTERIE
Il mulino di Maniagolibero
Abbiamo visto che già nella mappa del 1445 , lungo la roggia di Vivaro , sorgevano numerosi mulini.
Sotto la chiesetta di S. Vigilio nei pressi del cimitero di Maniagolibero vi erano più edifici: un battiferro a una ruota e un mulino con tre ruote da grano e casa colonica dei fratelli Del Mistro , che si sono tramandati di generazione in generazione l’attività molitoria.
Ci siamo recati al mulino di Maniagolibero. Dalla scuola, in via Vespucci, abbiamo percorso via Divisione Julia, via Cellina e imboccato via Monte Grappa dove, dopo tre – quattro fabbricati è situato l’opificio.
Un simpatico signore sulla settantina di nome Tiziano ci ha aperto la porta e ci ha fatto entrare. Su una parete interna della stanza l’intervistato ci ha fatto notare tre foto del vecchio mulino, che avevamo già osservato sfogliando alcuni testi della storia locale a scuola. Con grande entusiasmo ci ha spiegato che in quel vecchio mulino costruito nel 1822 si sono succedute ben quattro generazioni di mugnai: il bisnonno Giovanni, il nonno Bernardo, il padre Fabio, Tiziano e infine il figlio di quest’ultimo Dario.
Dopo aver visitato il mulino dall’interno, il signor Del Mistro ci ha accompagnato nel sottoportico ,dove addossate ad una parete,
abbiamo osservato due grandi macine in pietra provenienti dalla Francia che sono state recuperate dal mulino ad acqua funzionante fino al 1956.
Abbiamo continuato il nostro percorso nei pressi del Cellina dov’era situato il vecchio mulino ora ristrutturato ad abitazione privata. Non c’è più traccia delle rogge che portavano acqua e facevano ruotare le pale che, attraverso vari ingranaggi, muovevano le macine di pietra. L’acqua è stata deviata da diversi anni e così non abbiamo potuto vedere nulla di ciò che caratterizzava quell’edificio.
IL SIGNOR LUCIANO RACCONTA
Sono nato nel vecchio mulino e sono il primogenito.
Non mi piaceva abitare nella residenza oltre il cimitero poiché mi sentivo solo e il paese era per me lontano.
Quando avevo circa 5-6 anni, la mia famiglia si è trasferita nell’attuale mulino e nel vecchio edificio tutto è stato smantellato.All’ età di quattordici anni ,anche prima ,ho cominciato ad aiutare i miei genitori e la giornata era diventata più faticosa: al mattino andavo a scuola poiché non doveva essere trascurata e al pomeriggio, dalle 14.30 alle 17.30 lavoravo al mulino.
Era un dovere, a quei tempi, dare “una mano“ senza ricevere alcuna ricompensa; a volte, il sabato, mi regalavano i soldi per andare al cinema o per la pizza.
Era un lavoro faticoso specialmente quando i sacchi portati raggiungevano i 50-60 chili; ci voleva molta attenzione nel procedere alla macinazione; perché se la polenta non era buona LA COLPA, come al solito, ricadeva sul MUGNAIO!
Mi sarebbe piaciuto giocare più spesso con i miei compagni ma purtroppo il tempo era limitato; se pioveva erano loro che mi raggiungevano al mulino per giocare a carte.
A macinare arrivavano vari personaggi più o meno esigenti. Ricordo, in particolare, un contadino che si travestiva da San Nicolò in asilo che voleva seguire tutto il processo di macinazione del mais. Io avevo molta pazienza con lui, avevo ben capito le sue piccole manie! Altri esigevano i granelli macinati in modo più o meno sottile; accontentarli tutti ,vi assicuro, non era proprio facile!
L’usanza diffusa tra i mugnai, oltre a chiedere la ricompensa per il servizio, stabiliva di trattenere uno o due chili di prodotto macinato, si sa che poi i chili aumentavano. Ciò è stato praticato fino a circa il 1970 perché poi “l’imbroglio” è diventato più difficile dato il controllo delle bilance.
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