LE FONTANE
E’ bello guardare con la testa in su lo zampillo allegro della nostra fontana, che, sola, riempie il centro di Piazza Italia.
Di fontane, a Maniago, se ne potevano trovare molte.
Erano di pietra, costruite in architettura spontanea.
In una carta del 1770 sono nominate le fontane più antiche presenti nel territorio di Maniago: La “Fontana pie de Monte tra Maniago Grande e Maniago Libero”; la “Fontana de Maniago di mezzo”; la “Fontana de San Carlo”.
Le fontane servivano per il rifornimento d’acqua alla popolazione, o come abbeveratoio per gli animali,o come lavatoi.
Oltre alla fontana di Piazza Italia esisteva una fontana in Piazzetta Trento e molte altre sparse agli angoli delle strade del paese: Via Scavezzo, Via Manarin, Via Colvera, Fratta (ponte Uliana) tuttora esistente, Via Russoledo, Via S’Antonio, Località Capitello della Passeggiata, Largo S.Carlo, la Campana, Via Piave angolo Via Selva, Via Selva, Via Piave –piazzale della Casasola, Via Siega Ducaton, Via Bruna –incrocio Via Chiasais, Via Mazzini, Via A.Del Mistro, Via Isonzo, Via Castello e Via G.Pascoli.
Nelle località di Campagna e Dandolo si prendeva l’acqua direttamente dalla roggia.
Le fontane erano curate da una persona chiamata il “fontaner” che ne conosceva tutti i segreti.
Nel secondo dopoguerra le fontane erano tutte funzionanti.
Sono state eliminate nei primi anni cinquanta in seguito alla costruzione dell’acquedotto.
Le fontane erano disseminate per tutto il paese. In quella di Piazza Italia c’erano le catene alle quali venivano legati gli animali durante il mercato del bestiame e
“i putei di scuola i andava a scaresarse”.
Erano un abbeveratoio per tutte le bestie che alla sera rientravano dal lavoro dei campi e anche per le persone, perché l’acqua non arrivava nelle case. Mi ricordo di una signora che arrivava alla sera dal Dandolo, dove era stata a piedi con il “BUINC” sopra le spalle e il cesto del pranzo sopra la testa. Si fermava con le bestie a bere e le “svodava” la cisterna.
“Che bivudone!!!!”
Ogni fontana aveva gli anelli per legare le bestie. In paese ci sono ancora molte borchie sui muri, (quello che va verso il cimitero, quello che chiude il Parco Vittoria, in alcuni muri di case) dove si legavano le bestie. Dovevano esserci molti cavalli, soprattutto durante la Prima guerra. I Tedeschi se ne andranno solo dopo il 4 novembre del 1918.
Lungo i muri e vicino ai portoni c’erano dei grandi sassi di forma tonda o rettangolare. Servivano per sedersi a chiacchierare o per guardare passare la gente come la vecchia “Mela”, magra e segaligna che, seduta sul sasso vicino alla Fontana dei Caporali, “barufava” con tutti quelli che passavano.
(Testimonianza Mauro Vittorio)
Per lavare i panni si andava alle fontane. Era molto importante non sporcare l’acqua delle vasche, perchè serviva per abbeverare gli animali, così si prendeva con un secchio l’acqua dalla vasca, si riempiva il “mastel” e lì si lavavano i panni.
L’acqua sporca era poi versata nello scarico della fontana. Spesso i panni erano risciacquati nell’acqua corrente del rugo.
La fontana di Piazza Italia
Quando si arriva in Piazza Italia è impossibile non notare la fontana che, messa al centro, zampilla allegramente, circondata dal volo e dalle grida dei colombi.
La fontana ha un basamento in pietra, con quattro gradinate e quattro vasche, ognuna sormontata dalla testa di un leone.
I leoni sono in pietra scolpita, con uno zampillo che esce dalla bocca e sono messi esattamente secondo le direzioni:

Nella parte alta della fontana ci sono due vasche sostenute da una colonna lavorata.
La vasca più grande nella parte inferiore ha quattro teste di leone dalle quali esce l’acqua. Dalla vasca superiore, più piccola, esce lo zampillo.
Nella parte alta ci sono quattro ringhiere in ferro battuto e una che circonda la vasca interna.
La fontana di Piazza Italia è stata costruita nel 1846, dopo alterne vicende per la definizione del progetto.
Si legge negli atti del Comune del 1845 che: “il progetto della condotta di un filo d’acqua potabile nel centro dell’abitato è di tutta necessità ed utilità”.
Esisteva già una piccola fontana, ma era necessario costruirne un’altra per: “gli
usi domestici, il pronto soccorso in caso di incendio, la distanza dalla roggia (alla quale si attingeva l’acqua), come decoro al paese e comodo ai forestieri, per i mercati settimanali e per tramandare memoria ai posteri.” (Dep.Cons. 7 gennaio – 17 marzo 1845).
Molti degli abitanti della piazza fecero “volontarie offerte” per coprire la spesa. Altri soldi saranno ricavati dalla vendita dei beni incolti.
L’incarico di redigere il progetto viene dato all’Ingegnere Marsoni e la costruzione è affidata all’impresa del Sig. Antonio Calligaro da Fanna.
Le parti in ferro furono prodotte dall’abile artigiano Luigi Mauro, che, entro dicembre 1846, si incaricherà anche della costruzione dei fanali, prima illuminazione pubblica del paese. Uno di questi fanali sarà posto vicino alla fontana per illuminarla. Fu usato un palo di castagno alto 4 metri e grosso 20 cm. che sosteneva la lanterna ad olio con argano.
Nel 1934 il Podestà dette l’incarico di rifare la testa del leone posto a sud, rovinato dagli agenti atmosferici, al bravo scultore Giuseppe Selva.
Lo scultore fece un calco in gesso del leone rotto e si procurò un masso che trovò, assieme al figlio dodicenne Antonio, in una cava del Monte Jouf e che trasportò a casa con una slitta. Il masso, nelle mani del Sig. Selva che usò prima un grosso scalpello per abbozzare la forma del leone, si trasformò pian piano in una criniera, in un muso, negli occhi, nel naso e nella bocca del leone.
Poi, con un lungo lavoro di mazza e scalpelli, lo scultore Giuseppe Selva ottenne il leone che oggi possiamo ammirare orientato verso sud.
La fontana con il passare degli anni diventa un elemento scenografico e un simbolo del nostro paese.
Nessun abitante del paese evita di farsi fotografare sulla fontana.
Anche nel nostro Comune il terremoto porta danni, rovine e distrugge affetti e ricordi. Molte le case da demolire e quelle che dovranno subire interventi di recupero. Tra questi, anche la gran parte degli edifici pubblici. Gravi i danni al centro storico e agli edifici architettonicamente più rilevanti. La ricostruzione cerca il più possibile di effettuare un recupero in armonia con l’ambiente e la sua storia.
Anche la fontana di Piazza Italia subisce danni e dovrà essere restaurata.
L’incarico viene affidato alla Ditta Furlanis di Udine.
La fontana rimane in restauro dal 1980 al 1982.
E’ stata completamente smontata, sono state recuperate le pietre non lesionate, è stata ricostruita la fondazione , sono stati ripristinati gli scarichi e l’alimentazione dell’acqua, è stata ricostruita la camera di manovra interna in cemento armato e le strutture di supporto, è stato attivato l’impianto di riciclo dell’acqua. Infine si è rimesso in loco l’antico rivestimento restaurato. Il restauratore della pietra era il Sig. Calzavara Bruno detto “il baffo”. Infine è stato potenziato e messo in sicurezza l’impianto di illuminazione a bassa tensione.
L’unica differenza con la fontana antecedente al terremoto del 6 maggio è la base circolare dove oggi poggia la fontana. In origine la base della fontana scendeva inclinandosi verso la piazza.
La fontana di Piazzetta Trento
La fontana era situata al centro di una Piazzetta che ha modificato nel tempo il proprio nome. Quello più antico era “Piazzetta Sbaraglia”. Si chiamerà poi “Piazzetta della Posta”. Infine il suo nome sarà “Piazzetta Trento”.
Il nome “Piazzetta Sbaraglia” si riferisce ad una importante famiglia del paese. I Sbaraglia possedevano il mulino che si trovava a Campagna. E’ probabile che la loro abitazione fosse stata uno dei palazzi che si affacciavano sulla piazzetta.
In seguito il nome cambierà in Piazzetta della Posta perché in quel luogo c’era una “stazione di posta”.
La stazione di posta è l’edificio dove va e viene la posta. C’era la possibilità di avere un cambio di cavalli, riposare quelli stanchi, rifocillarli e riprendere il cammino. La fontana serviva come abbeveratoio per i cavalli.
Sul davanti della stazione di posta c’era una tettoia per riparare i cavalli e le persone dalla pioggia. La Stazione di posta era situata all’imbocco di Via Colvera, strada che conduceva oltre il Torrente sulla strada di Gravena che proseguiva oltre i monti, da una parte verso la Valcellina e dall’altra verso la Val Meduna.
Per gli uomini che si trovavano in viaggio, per chi faceva il mercato settimanale, per chi conduceva la corriera e trasportava la posta, c’era la possibilità di rifocillarsi nelle osterie e trattorie situate lungo Via Roma o nei pressi della Piazzetta.

La posta viaggiava con la corriera.
Partendo dalla piazzetta un tiro di quattro cavalli faceva il giro a raccogliere la posta.
L’ultima fermata era alla Piazzetta alla Campana dove si trovava una tabella con disegnato un dito che indicava: San Leonardo, San Quirino, San Foca, San Martino, Pordenone. Se non c’era acqua, la corriera con la posta passava sul guado del Cellina. Da lì la corriera proseguiva fino a San Martino dove si effettuava il cambio dei cavalli. Con i cavalli riposati si proseguiva fino a Pordenone.
Alla sera la corriera faceva il percorso inverso.
La posta continuerà a viaggiare con la corriera anche quando questa diventerà a motore.
Nel 1846, in seguito alla costruzione della Fontana di Piazza Italia, ci sarà uno spostamento di quella più piccola che lì si trovava e la costruzione della fontana al centro di Piazzetta Sbaraglia. L’acqua viene presa deviandola dalla “Fonte dei Pissui” e portandola nella piazzetta con una condotta in pietra. La fontana sarà ampliata nel periodo fascista.
La fontana era di forma tonda, abbastanza grande, con una vasca circolare appoggiata a una piattaforma di pietra rialzata.
C’erano due bucchignoli dai quali usciva continuamente l’acqua.
La fontana alla Campana
La fontana era di forma rettangolare in pietra, con il “bucchignol” da cui zampillava l’acqua, il braccio per pompare l’acqua e la vasca sempre piena. Sul lato sinistro (verso il cancello) c’era lo scarico. L’acqua scaricata scorreva sottoterra e usciva lungo il muro nel RUGO. Il rugo proseguiva fino in fondo oltre l’attuale ferrovia e si chiamava Rugo de Cadel. Il Rugo circondava il BROLO De Cadel, grande campo di proprietà della famiglia Cadel.
Il muro correva dalla casa dei Bertoli (su Via Piave) sormontato da una ringhiera, si trovava subito la fontana e poi il muro risaliva ad arco per congiungersi con la colonna che sosteneva un monumentale cancello in ferro battuto (ringhiera e cancello erano opera dei Mauro, artigiani del ferro battuto) per poi formare un angolo e proseguire con un muro.
150 ITALIA